Borgo Egnazia, poi Lucerna e le incognite del voto nell’Ue

di Almerico Di Meglio

A Borgo Egnazia fra i temi geo-economici e geo-strategici che il G7 affronterà non mancheranno d’affiorare anche quelli relativi alla nuova Unione europea uscita dalle urne con la crescita sostanziosa delle forze di destra. Si discuterà, apertamente e ancor più dietro le quinte, dei nuovi equilibri al parlamento europeo e del governo dell’Ue. Su di essi pende indirettamente l’incognita delle elezioni anticipate in Francia, dopo la clamorosa sconfitta dei liberali di En marche, il partito di Emmanuel Macron, l’evanescenza del Partito socialista e la spaccatura delle forze di sinistra. Resta, tuttavia, l’assicurazione di stabilità – se non di continuità – offerta dalla centralità conservata  in Germania dai partiti democristiani Cdu-Csu a fronte del forte ridimensionamento di socialdemocratici  (Spo), Verdi e liberali.

Ma per sapere quale sarà poi la rotta del convoglio europeo bisognerà attendere le presidenziali di novembre negli Stati Uniti. Per ora e per i prossimi mesi si navigherà a vista. A meno che, in un sussulto di pragmatismo, venga rivoluzionata l’agenda. E, messa da parte la prevista fase bellica intensiva, con la fornitura al regime di Kiev di armi e munizioni ad abundantiam, la parola “negoziato” faccia – finalmente e seriamente – il suo debutto sul palcoscenico ucraino. Difficile persino immaginarlo. Ma a sciogliere dubbi, timori o speranze, sarà il vertice di metà mese in Svizzera. Occhi puntati sull’hotel Bürgenstock, sulla riva del lago di Lucerna, e amuleti contro la malasorte in mano, visti i risultati di precedenti trattative su Cipro e Sudan.

Su quest’ultima consultazione europea sono apparsi sottovalutati, nelle indagini demoscopiche della vigilia, fattori rivelatisi influenti. Le dimensioni dell’astensionismo, la rilevanza delle vittorie e delle sconfitte, le novità di forze politiche emergenti, il voto dei giovani… In Italia particolarmente elevata l’astensione: divide per due il valore morale della rappresentanza popolare degli eletti. Ma non il peso politico. Chi, tra gli astenuti, usa lamentarsi poi di quanto avviene tra Strasburgo e Bruxelles, dovrà convincersi che quanti si sono recati alle urne hanno votato anche per lui.

Nel Vecchio Continente il consenso raccolto dalle destre tra i giovani nella fascia d’età  tra i 16-18 anni fino ai 24-25 ha interessato poco o punto analisti e sondaggisti. Ora si accorgono che la loro scelta – in molti casi la prima, quella che si ricorda per una vita – ha concorso in determinate aree a fare la differenza. Ha contato, fra l’altro, una tendenza (o piuttosto controtendenza) che s’insinua e si fa strada: il rifiuto del “pensiero unico”  teso ad omogeneizzare le nuove generazioni attraverso una visione degli avvenimenti calata dall’alto con le sue verità preconfezionate ed indiscutibili. Il tempo ci dirà se momentanea.

L’avanzata, dove più e dove meno, della destra in Europa era, sì, prevista. Molto meno, invece,  la debacle delle forze di governo di centrosinistra nei due Paesi-guida dell’Ue: Francia e Germania. A Parigi l’annuncio delle elezioni anticipate segna il successo del Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e di Jordan Bardella. Il ventottenne eurodeputato italo-francese, vicepresidente di Rn in Francia e di Identità e democrazia (Id) a Strasburgo, sarà candidato a essere il prossimo premier transalpino se il suo partito dovesse prevalere nell’elezione nazionale del 30 giugno – 7 luglio e riuscire poi a coagulare altre forze per formare una maggioranza in parlamento. E’ stato chiarissimo, Bardella, nel commentare il risultato: “Questa sconfitta senza precedenti per l’attuale governo segna la fine di un ciclo e il primo giorno dell’era post-Macron, che spetta a noi costruire”. Forse remota questa possibilità, ma non è più una ipotesi di terzo grado. Ecco perché Macron ha deciso di anticipare al massimo l’appuntamento elettorale per impedire che allo smottamento segua una valanga. Si punta, a Parigi ma pure nel resto dell’Europa, a parare gli effetti invece di sforzarsi a comprendere le cause. Non a caso, in Germania il governo Spd-Verdi-liberali ha reagito al crollo di consensi sottolineando il rifiuto di elezioni anzitempo.

Alla vigilia del voto è servita propagandisticamente a Joe Biden ma non a Emmanuel Macron l’hollywoodiana cerimonia del D-day, dove mancava il popolo, ché tra gli abitanti della Normandia si tramandano i ricordi dell’anelata liberazione ma pure quelli dei bombardamenti indiscriminati degli alleati con decine e decine di migliaia di vittime civili. Monca di Vladimir Putin e praticamente con gli zoom a puntare soltanto il duo Macron-Biden, la cerimonia è stata avara d’effetto nelle urne. Lo ha ben testimoniato il titolo del ‘Figaro’ a tutta pagina: “La déferlante”.

Né è servita a socialdemocratici e Verdi tedeschi puntare il dito dell’anti-nazismo contro l’AfD, l’Alternativa per la Germania, che riempie il serbatoio dei consensi soprattutto nell’ex Germania comunista dell’Est, la DDR. Nell’Europa centro-orientale liberata da Hitler ma consegnata a Stalin non amano i russi, ché ricordano i sovietici, ma diffidano degli americani. Nell’ex DDR, a sinistra, al tramonto di Die Linke si è contrapposta l’alba di Sarah Wagenknecht (Bsw): post-comunisti ma piuttosto pacifisti e contrari alla guerra anti-russa in Ucraina. Su questa posizione alcuni partiti di destra e di sinistra si incontrano: Bsw e AfD in Germania, Rn di Marine Le Pen e Fi (France insoumise) di Jean-Luc Mélenchon in Francia, tanto per fare i due esempi più significativi. Socialdemocratici e Verdi tedeschi hanno pagato pegno a una linea politica bellicista sull’Ucraina, simile a quella dei partiti consimili francesi.

Ci sarebbe da parlare di tanti altri motivi che spiegano la disaffezione alle elezioni europee o le ragioni del voto contro. Elenco lungo. A cominciare dall’ostinazione a non risparmiare le spese di Bruxelles e Strasburgo.